
Terza tappa. La più bella? Forse sì, sai? Quella che aspettavo di più for sure. Uluru. Il grosso monolite rosso che si staglia contro il cielo azzurro nel mezzo del bush del deserto australiano. Una cosa da toglierti il fiato, e in qualche modo incomprensibile. Perché o sei lontano e lo vedi nella sua immensitá ma non riesci a capacitarti che sia vero, o sei sotto, vicino, lo tocchi, ma vedi una piccola porzionicina del tutto e non riesci a capacitarti che sia lui. Veramente incredibile. Ci volevo andare a vedere Uluru sin da quando ero bambina, per un libro dell’universo di Geronimo Stilton che avevo letto alle elementari. Solo che al tempo non sapevo nulla di popolazioni aborigene e i problemi della colonizzazione, e lo chiamavo Ayers’ Rock. Ora invece sono un’adulta informata, e anche il mondo sta - forse - cercando di crescere e l’Australia ha dato indietro i nomi originali aborigeni alle cose. Perciò Uluru. E Kata Tjuta (Le molte teste). Questi sono luoghi sacri anangu, la popolazione aborigena che possiede queste zone; quindi molti posti non possono essere fotografati - tra questi, il lato posteriore di Uluru, che é IN-CRE-DI-BILE, ma nessuno che non ci sia stato sa com'é - e nemmeno si possono riportare a voce o per iscritto le storie che vengono raccontate lì. È una cosa stranissima, ma allo stesso tempo mi sembra così speciale che certe cose si possano imparare solo nel posto dove sono state concepite, che quasi mi fa sentire orgogliosa avere potuto partecipare di questo sapere e poterlo ora custodire. Quello che posso dire é che, mentre sei nel cuore di Uluru, la tua guida ti racconterà storie della creazione, tjukunitja, e attorno a te vedrai segni nella roccia che derivano da queste storie della creazione, le prove fisiche della veridicità di quello che ti viene raccontato, tjukurpa. Noi che non apparteniamo ad una tribù, possiamo conoscere solo certe storie al livello dei bambini, perché come loro non siamo stati iniziati. Non abbiamo idea del livello successivo delle varie storie della creazione di Uluru, e ancora meno idea delle storie legate per esempio a Kata Tjuta, che non é un unico roccione rosso come Uluru, ma é un agglomerato di rocce, e quindi ci puoi fare una gita attraverso nelle varie golette - tu che hai imparato che ogni segno nella roccia racconta una storia, giri la testa dappertutto mentre cammini nel bush e sui sassi, rischiando di scivolare e di romperti l'osso del collo, e ti chiedi chissà che cosa significa quella grotta, o quella curva nella roccia, o quel masso gigante là dietro. Raramente mi sono sentita così in riverenze di fronte ad una montagna.

Tutta sta pappardella di meraviglia l'abbiamo vissuta stando quattro giorni in campeggio. Un campeggio molto spartano; anzi, la cui spartanità incrementava di notte in notte, passando da una sorta di vero campeggio con tutte le strutture che servivano - anche se quella notte ha piovuto e abbiamo dormito nella lavanderia cercando di non farci mordere dai millepiedi, che non sono uno scherzo abbiamo scoperto dopo .- al famigerato ma per me meraviglioso bush camp, che é un container e una veranda in mezzo al bush, senza luce né acqua corrente. Ma io l'ho amato, con tutta la sua ruvidezza e la sabbia e il bagno che era solo una buca con un aggeggio di legno sopra. Ho visto le stelle più belle della mia vita. La sera ci mettevamo attorno al fuoco con il nostro swag e il nostro sacco a pelo, e l'aria era dolce e calda e quindi non ti coprivi subito con tutti gli strati - e tutto era così bello che nemmeno ti venivano in mente gli insetti - ma stavi lì, sdraiata sotto le stelle dell'emisfero boreale, e ogni sera ho cercato di combattere il sonno per restare a guardarle ancora un pochino. Poi però cedevo, mi chiudevo tutte le cerniere del mio letto improvvisato - dopo averci nascosto le scarpe sotto perché magari arrivava un dingo a mangiarsele - e mi addormentavo. Le meglio dormite mi sono fatta, e in particolare mi ricordo la seconda notte, in cui ad un certo punto ha iniziato a soffiare un vento tiepido e io me lo sentivo sulla faccia nel dormiveglia, e tutto era arancione e aromatico e caldo nella mia testa. Mi rendo conto che non trovo le parole giuste per descrivere quanto siano stati magici quei giorni. E onestamente anche molto difficili, perché per me stare quattro giorni 24/7 con sconosciuti non é la cosa più naturale del mondo. Ma alla fine l'ultimo giorno abbiamo fatto una festa nel bush sotto le stelle e lí é difficile non sciogliersi.
Lato cibo - eheh - sono stati gli unici giorni in cui ho mangiato la carne. L'ho fatto con coscienza, ho pensato che mangiare gli animali del deserto sarebbe stato più sostenibile che mangiare falafel, ma mi immaginavo una realtà ancora più inaccessibile di quella che é stata realmente. Comunque non mi lamento perché sono stata felice di provare il canguro - che sa di manzo per me, nello specifico le fettine che mi faceva la mamma a cena ogni tanto quando ero piccola - e il cammello, che non é affatto secchetto come uno si potrebbe immaginare. E sì, in Australia ci sono i cammelli, perché durante la fase di colonizzazione europea, quando questa gente si é accorta che nel mezzo del continente c'era un mega deserto, hanno portato delle carovane arabe, con i loro cammelli quindi, per trasportare merci da una costa all'altra del paese. Poi dei cammelli sono anche scappati e ora ci sono comunità di cammelli selvatici nelle foreste - e io li ho visti vicino Canberra, ed é stato surreale! Così, tra gli alberi, a mangiarsi le foglie. Adorabilissimi. E anche succosini! E poi la nostra guida Phoebe ci ha preparato un pane indigeno che si chiama damper, in cui varie farine e semi vengono mescolati con acqua e altre cose in aggiunta, fino a formare una pagnotta che ora si cuoce in una pentola come di ghisa, ma che tradizionalmente veniva buttata nel fuoco, poi ripulita della parte bruciata e mangiata. Nella nostra Phoebe aveva aggiunto dei TimTams, e quindi non poteva che essere eccezionale. Vi ho parlato dei TimTams? No? Beh, lo farò a Sydney.

Qui l'ultima cosa che vorrei riportare sono le circa venti ore che abbiamo passato ad Alice Springs, e nonostante sia stato così veloce, io me ne sono innamorata, e non so bene dire perché. Forse sono le MacDonnel Ranges che vedi di fronte a te come un portale prima di entrare, forse é il Todd River straripato che é una rarità vedere - Phoebe ci ha detto che se lo vedi tre volte sei considerato autoctono di Alice Springs - o forse é questa natura strana e arida e selvaggia che é così diversa da tutto quello che mi piace e comunque mi innamora ogni volta che ci penso. Mi fa venire le vertigini pensare a quanta storia ci sia in quei luoghi e quanta poca coscienza ne abbiamo noi in Europa. Mai come in altri posti in Australia mi é sembrato di aver solamente grattato la superficie di quello che c'era da esplorare. Però ho scoperto che il frangipani é un piccolo fiore della famiglia dell'ibisco, bianco e turgido e profumato come un gelsomino tropicale. Ed é il fiore di Alice Springs.
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